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Classico pranzo domenicale nel nostro entroterra, a Montegrazie, un piccolo centro a pochi km da Imperia. Siamo due famiglie con relative pargole. Sei in tutto. Vorremmo provare un nuovo agriturismo, aperto da pochissimo e subentrato alla precedente gestione, la Cà du Cappellan. Una volta raggiunto il paese esistono due possibilità per raggiungere il locale: proseguire imboccando più di una strettoia (ma strettoia!) e lasciare l’auto in un parcheggio a disposizione della clientela, oppure parcheggiare subito e fare due passi per i vicoli. Noi scegliamo la seconda. Abbiamo prenotato per la mezza.
La struttura, oltre al ristorante, ha a disposizione cinque camere. Una volta entrati notiamo, con piacere, una particolare cura del dettaglio. La location è stata pensata con gusto, mantenendo uno stile prettamente rustico, ma con un certo stile ed eleganza. La pietra a vista regna sovrana, a soffitto ampie volte in mattoni ben illuminate e collegate tra loro con grandi travi in legno, un camino, spento, per colpa di questo inverno decisamente atipico, ma che contribuisce a creare la giusta atmosfera. Un’ampia sala con il numero giusto di tavoli ben distanziati tra di loro. Una grande porta finestra conduce sulla terrazza con vista sull’intera vallata dove, nel periodo più caldo, viene allestito un gazebo per mangiare all’aperto.
Al momento siamo gli unici clienti, ma come ho già detto, l’agriturismo ha poco più di un mese di vita ed occorre del tempo per essere conosciuti ed apprezzati. Il nostro tavolo è in mezzo alla sala e troviamo già predisposto un seggiolino per la pargola più piccola ed alcuni libri per la nostra, più grandicella.
La tipologia del pasto è quella classica, menù già strutturato con una serie di antipasti, un paio di primi, di secondi con contorno ed i dolci. Bene, si può cominciare.
Innanzitutto il bere. Un paio di bottiglie di acqua naturale Lurisia e la carta dei vini. Scegliamo un Nebbiolo d’Alba Bricco Bertone dell’Azienda Agricola Brangero, un rosso del 2012 con i suoi 14 gradi che bene si sposa con il nostro pranzo.
Si parte con una serie di Antipasti misti serviti uno di seguito all’altro: una bruschetta croccante con pomodoro, olio, origano ed una certa quantità di aglio, trancio di farinata, un’ottima torta verde con carciofi, una buonissima focaccia tiepida ripiena di stracchino ed una quiche di zucchine, buona, ma meno entusiasmante. Il giro di antipasti è semplice, casalingo, ma decisamente positivo.
Per le due pargole evitiamo il menù pre impostato ed ordiniamo un piatto di Maccheroncini, per la più piccola al pomodoro e per la nostra al ragù. Buoni.
Girando con i vassoi degli antipasti, ci vengono chiesti, molto gentilmente, eventuali bis oppure aggiunte nei piatti delle bimbe. Lo chef, nonché proprietario, dopo un breve saluto iniziale torna al nostro tavolo per carpire le nostre sensazioni. Molto gentile, piacevole e disponibile.
Proseguiamo con una coppia di primi: Tagliatelle al ragù ed un Risotto allo zafferano. Due piatti semplici, ma ben fatti. L’unica particolarità riguardo la tecnica di preparazione del riso. Ci viene spiegato (sommariamente) che il riso viene lasciato invecchiare per più di un anno prima di essere utilizzato in cucina. Se proprio devo essere onesto, non ho avvertito particolari differenze, ma in ogni caso un buon risotto, con un’ottima cottura, saporito grazie, forse, più al formaggio filante presente nella mantecatura che allo zafferano. Fino a qui tutto bene.
Con la coppia di secondi, però, registriamo un leggero calo. Non tanto con il Coniglio alla ligure, ben cucinato, secondo tradizione ed accompagnato da un piatto di discrete Patate al forno al rosmarino, ma per un banalissimo Arrosto, poco invitante e, come contorno, una porzione di Peperonata. Durante la chiacchierata con lo chef, ho potuto apprezzare la sua intenzione nel selezionare e, se possibile, sperimentare, ma allora perché l’arrosto? Ma anche no!
Chiudiamo il nostro pranzo con i dolci. Un paio per l’esattezza. Innanzitutto una sorta di Stroscia, rivisitata, con l’inserimento di una punta di sambuca. La variante, personalmente, non mi ha convinto, ma più per il fatto che non amo l’anice. Il dolce è stato proposto su di una crema di cioccolato che, forse, ha appesantito il piatto, ma è, comunque, servita per smorzare il retrogusto di anice. Il secondo dolce è un Tiramisù molto buono e ben equilibrato.
Ci stanno ancora quattro caffè ed un giro di limoncino. Siamo così giunti al conto, la spesa fissa è 24 euro pro capite, bevande escluse. Il nostro totale è pari a 120 euro, senza che vengano considerati i due piatti delle pargole.
Una cifra onesta per un pranzo altrettanto onesto. Materie prime genuine, cucina semplice e casalinga, quella che, forse, si dovrebbe sempre trovare in un vero e proprio agriturismo. Un paio di portate non ci hanno entusiasmato, portate che, fosse per me, bandirei da ogni tipo di menù. Questo non toglie il fatto che la passione sembra esserci e che l’apertura, molto recente, richiede il tempo necessario per calibrare al meglio il tiro. Io approfondirei il discorso legato alla ricerca, va bene la tradizione, sempre e comunque, ma con uno sguardo rivolto verso qualche materia prima di nicchia, proprio come ci ha precisato lo chef a fine pranzo. Alla prossima.
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