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Lasciati a casa i rispettivi bimbi, organizziamo una serata all’insegna della carne, con i nostri soliti amici. Il locale, oggetto della mia recensione, è la “Osteria della Ciccia” ad Ortovero, un paesino nel primo entroterra a ridosso del confine tra Imperia e Savona. Ristorante tanto decantato da molti dei miei amici e che voglio provare da tanto tempo, ma per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito a testare.
Ecco come arrivare a destinazione: uscita autostradale di Albenga, direzione mare, alla seconda rotonda si imbocca la strada a destra per Bastia e, dopo circa 7 km, si è arrivati ad Ortovero. Il locale si trova direttamente sulla strada, ma per la vostra macchina ci sono un paio di parcheggi liberi che fanno al caso vostro. Per entrambi imboccate la strada che svolta a destra, proprio di fronte al locale; per il primo (20 parcheggi circa) percorrete un centinaio di metri e lo troverete svoltando ancora a destra e per il secondo (10 parcheggi circa) proseguite dritto un altro centinaio di metri.
Appuntamento con i nostri amici alle 20.30. La struttura, provata tempo fa, si chiamava “Puassondor”, decisamente un altro genere, tutto improntato su di un arredamento di classe e stile e basato su di una cucina prevalentemente di pesce. Ora ci troviamo davanti alla più classica delle osterie, con tavoli e sedie in legno massiccio, tovagliette rustiche al posto delle classiche tovaglie, grandi scaffali alle pareti pieni di bottiglie (ingannevoli, vi dirò poi il perchè), l’intera location impostata sulle tonalità del giallo pastello con luci diffuse applicate alle pareti. La caratteristica, l’unica forse, che è rimasta inalterata rispetto alla precedente gestione è la grande vetrata in fondo alla sala, dalla quale si può seguire l’operato della cucina.
Ci accomodiamo, è un Sabato sera e la sala è già bella piena e rumorosa. I nostri amici ci sono già stati e ci lasciamo condurre da loro. Ci sono da scegliere quattro tipologie di menù, di vari tagli: da 15 “Mac Dario”, 25 “Accoglienza”, 35 “Solo ciccia” e 50 euro “Officina della ciccia”. Comodi, anche originali, ma forse un po’ leganti perché dai loro percorsi gastronomici sembra non si possa proprio deviare.
La nostra idea sarebbe quella di assaggiarli un po’ tutti, nei limiti della fame, ovviamente. Vorremmo sceglierne uno da 25, uno da 35 ed uno da 50 euro, l’unico che comprende la fiorentina e che sarebbe per due persone. E qui il primo problema, ci comunicano che i “pezzi” di fiorentina che hanno in cucina sono tutti da oltre i due kg; il menù da 50 euro diventerebbe, così, da 3/4 persone e bisognerebbe, quindi, dividersi solo quel menù. Non capisco come sia possibile in un locale simile, dove si punta esclusivamente su questa caratteristica, risultare così rigidi e condizionare in questo modo le scelte dei clienti. Con immenso dispiacere rinunciamo al menù più corposo e decidiamo per due da 25 euro e due da 35 euro. Peccato!
Da bere, oltre alle caraffe di acqua naturale e gasata, nei menù scelti è prevista una Mezza bottiglia della casa, esclusivamente Chianti. Veniamo a sapere che ogni cliente, volendo, può tranquillamente portarsi la o le proprie bottiglie da casa, senza incidere sul conto in alcuna maniera! Sarà anche originale, ma non riuscirei mai a fare una cosa del genere. Vino discreto, con la scelta dei quattro menù ci spettano un paio di bottiglie da 0,75 che vanno via in scioltezza.
Cestino di pane casereccio e terrina di Pinzimonio per quattro lasciata in mezzo al tavolo. Pinzimonio buono, ma decisamente scarsino. Il servizio stasera lascia un po’ a desiderare, a detta dei nostri amici non ci sono le solite persone a servire in sala, anzi sembra sia stato coinvolto anche un elemento della cucina. Vabbè!
Dopo le cruditè, inizia il giro di portate comprese nei due menù scelti. Vengono lasciati sul tavolo e pensiamo noi a farli girare nei piatti. Il Menù da 25 euro comprende: un carpaccio di carne accompagnato da un mix di verdure e cipolla rossa (Certaldo, Tropea?); il ramerino in culo, una tartare di carne condita con olio, sale, pepe nero, peperoncino, aglio, prezzemolo e succo di limone, presentata a polpetta, appena scottata sulla piastra ed infilzata da un rametto di rosmarino; l’arista di maiale cotta al forno con timo, fior di finocchio ed aglio; l’arrosto fiorentino, un taglio di manzo (il più indicato il girello di coscia) cotto al forno e servito a fette con un abbondante condimento (quasi a crudo) composto da olio, salvia, rosmarino ed un pizzico di profumo del Chianti; l’intero menù accompagnato da patate al forno e coppettine di mostarda mediterranea e senape dolce. Degustazione abbondante, ben fatta, a tratti molto originale, in cui ho apprezzato particolarmente il ramerino in culo.
Il Menù da 35 euro, invece, comprende: il tonno del Chianti, sono straccetti di carne bolliti lentamente nel vino bianco che, per vista ed in parte per gusto, hanno un’impressionante somiglianza al tonno di mare, serviti in insalata con songino, pomodorini e cipolla rossa in gran quantità; il sushi del Chianti, una tartara di manzo di un bel rosso vivo, battuta a coltello e preparata in maniera molto classica con olio, sale, pepe nero, aglio, prezzemolo e succo di limone; la tagliata panzanese, dei bocconcini di manzo cotti sulla brace non più di 5 minuti per lato e servita con un filo d’olio extravergine ed un pizzico di sale; ed infine i tenerumi (cartilagini molli di alcuni tagli di carne) in insalata, un mix di tenera, appunto, carne presentata a tocchetti con carote, sedano ed ancora cipolla in quantità. Ragazzi, stasera non ci si bacia! Stessi contorni anche in questo menù. Personalmente ho trovato squisito il tonno del Chianti.
Lasciamo decantare l’abbuffata di carne e poi chiediamo i dolci che sono previsti nel menù da 35 euro, ma non in quello da 25 euro. Ci viene servito un Tris di dolci della casa, composto da: bicchierino di panna cotta, fetta di torta all’olio e mattoncino di cioccolato. Discreta la panna cotta, squisita la torta all’olio e decisamente pesante e poco equilibrato il mattoncino. Un paio di caffè ed un doppio giro di limoncino per chiudere la nostra serata.
Arriva il conto, il totale è di 138 euro. Ecco il dettaglio: due menù da 25 e due menù da 35 per un totale di 120 euro; il dolce non compreso 4 euro ed i giri di limoncino 14 euro.
Diciamo che, tutto sommato, l’esperienza è risultata positiva, la qualità della carne è di sicuro livello con la maggior parte dei piatti decisamente riusciti. Il tentativo di mimare l’Officina della Bistecca di Dario Cecchini è riuscito solo in parte, si intravedono le buone intenzioni, ma ho notato un po’ di approssimazione, soprattutto nella gestione e nel servizio. L’atmosfera del locale è un po’ caciarona, ma piacevole, quanto al servizio, diciamo che sarebbe da rivedere. Un paio di attenuanti? il Sabato sera dovunque più movimentato del solito e l’assenza di qualche elemento di punta della gestione. Una cosa è certa, non si esce dal locale con un buco allo stomaco.
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