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Sabato sera a cena con i nostri amici piemontesi. All’incontro si è aggiunta un’altra famiglia torinese composta da quattro persone. In tutto siamo in dieci, di cui quattro pargoli. Ci viene proposto il ristorante “La farina del mio sacco” situato alla Marina di Porto Maurizio, o meglio, in via Pirinoli, la salita che porta via dal mare. Locale specializzato in cucina ligure e piemontese, anche biologica, con una particolare attenzione a funghi e porcini.
Alla prenotazione pensano i nostri amici, anche perché, onestamente, non ricordo alcun ristorante in zona. In effetti l’ingresso, direttamente sulla strada, è molto discreto e per nulla appariscente. Sono sincero, non l’avevo proprio mai notato. Il parcheggio è discretamente complesso, conviene lasciare la macchina più in alto sull’Aurelia oppure più in basso verso la piscina comunale e poi farsi due passi. Scopriremo, in seguito, scambiando due chiacchiere col proprietario, il signor Fernando, che proprio di fronte all’ingresso sono presenti alcuni parcheggi riservati alla clientela.
Quando entriamo rimaniamo piacevolmente sorpresi dalla location. Un’unica grande sala con i tavoli ben distanziati tra di loro, un apprezzabile recupero della pietra in diversi punti della sala, la presenza di un pianoforte sulla destra e, di fronte all’ingresso, una scala che porta ad un soppalco utilizzato nei casi di sovraffollamento. La mise en place è semplice, ma curata. Il nostro tavolo è di fronte alla porta scorrevole della cucina che, causa via vai del servizio, rimane quasi sempre aperta. Cosa questa, potenzialmente fastidiosa, ma che in realtà così non è, anzi permette di vedere i cuochi all’opera. La gestione della clientela è affidata al simpatico ed affabile signor Fernando, mentre la cucina è diretta (sembra con molta passione) dal figlio Michele.
Siamo piazzati, si può cominciare. Partiamo dal bere, un paio di bottiglie di acqua naturale e gasata ed un’etichetta di rosso proposta dallo stesso signor Fernando. Un particolarissimo Dolcetto e Moscato di cui, però, non ricordo l’origine. Comunque buono.
Innanzitutto i pargoli. Loro, ovviamente, non seguono il nostro stesso percorso culinario, ma andranno su qualcosa di molto più semplice. Chiediamo della pasta corta per tutti e quattro, un piatto di Fusilli al ragù. Buoni.
Il menù è già impostato e comprende una decina, circa, di antipasti (o meglio assaggini), due primi, due secondi con altrettanti contorni ed un tris di dolci. La serie di Antipasti della casa viene proposta in un unico grande piatto: insalata russa (ottima), pansotti fritti, tartina di grana con marmellata di agrumi, insalata di sedano rapa, mousse di ricotta ed erba cipollina su fetta di arancia, insalata di carciofi, frittatina di cipollotto e spugnole, polpette di broccoli ed un delizioso uovo di quaglia tartufato. Piatto mediamente buono, alcuni picchi di sapore notevoli, ma anche un paio di antipasti anonimi.
La coppia di primi è così composta: una Crespella ai carciofi con crema di gorgonzola ed un Risotto agli asparagi selvatici. La crespella, in assoluto, è il piatto migliore della serata. La porzione è correttamente ridotta, considerata la corposità dell’intero menù, ma ne avrei mangiato ancora ed ancora. Il risotto, invece, non è esaltante, sul sapore nulla da obiettare, ma personalmente l’ho trovato troppo “brodoso”, avrei gradito un po’ più di consistenza.
Nel frattempo le bottiglie di Dolcetto proseguono. I pargoli devono andare in bagno e, accompagnandoli, scopriamo nel retro un grazioso giardino interno molto fiorito con relativo terrazzamento, dove si intravedono le gabbie per galline e conigli. Area verde sulla quale si affacciano le finestre delle camere. E sì, perché sembra siano previste anche alcune camere.
Ma torniamo alla nostra cena e passiamo ai secondi: una Rollata di coniglio al Barbera, veramente ottima ed un assaggio di Spugnole trifolate, non proprio la mia passione. Ad accompagnare i piatti una sorta di contorni, o forse altri due secondi, vedete voi: una Purea di fave con patate “funghetto” e degli Spinaci di montagna saltati in padella. La purea, amarognola, con un paio di patate fatte sbollentare e presentate nel piatto a mo’ di fungo. Spinaci discreti.
Chiudiamo il menù degustazione con un Tris di dolci pensati e preparati dallo chef Michele: una personale interpretazione del bianco mangiare, una crostata alla frutta ed una piccola pera al barbera e cioccolato. Il loro bianco mangiare è simile ad un semifreddo con la banana come ingrediente principale, personalmente immangiabile, ma per quel che vedo nei piatti non sembra riscuotere troppi consensi, mentre discreta è la crostatina con marmellata di frutta prodotta in casa ed il migliore rimane la pera cotta nel Barbera e “pucciata” nel cioccolato fuso.
Siamo veramente sazi. Solo alcuni di noi prendono un caffè, ma quasi tutti assaggiano il digestivo del signor Fernando, a base di pompelmo? Ma potrei sbagliarmi, comunque ottimo. Arriviamo al conto. La spesa è di 180 euro per una quota fissa pro capite di 30 euro, tutto compreso. I quattro piatti di pasta per i pargoli non sono stati conteggiati. Gentilissimi.
Nel complesso una spesa più che onesta per una cena discreta, purtroppo con luci ed ombre. Ambiente e servizio molto piacevole ed accogliente. Occorre tornare una seconda volta, magari quando al signor Fernando arriva una partita di funghi o porcini.
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